Nella Maremma Grossetana ti cantano il vino in ottave

Nella Maremma Grossetana ti cantano il vino in ottave

Nel mondo tradizionale, pastorale e contadino, la poesia improvvisata cantata in ottava rima è stata spesso una voce popolare che ha accompagnato i momenti festivi rappresentando il pensiero, le tradizioni, la sapienza e la spontaneità popolare. Ancor oggi, nelle campagne nel cuore della Maremma grossetana – dove ha sede la Tenuta L’Impostino – è uso, la notte del 30 Aprile, che gruppi di cantori, chiamati Maggerini, passino di podere in podere a “Cantare il Maggio”, ovvero a portare canti in ottava per augurare una buona stagione all’attività contadina. Simbolo della rinascita della natura e buon augurio è un ramo di alloro, che i maggerini lasciamo al podere alla loro partenza. In cambio, naturalmente, ogni abitante del podere offre quello che ha: uova, formaggi, salumi, verdure o – come nel caso della cantina L’Impostino – vino, così da rinfrancar lo spirito e le energie dei cantori, e da poter organizzare, una settimana esatta dopo, un banchetto a cui tutti potranno partecipare. Il canto tipico della Civitella Marittima inizia così: Siam venuti a cantar Maggio Mentre a voi il maggio si canta Pien di rose e fior s’ammanta Nel domestico e selvaggio A ricordare la tradizione contadina, l’Ottava Rima è vino giovane, rustico e schietto, genuino compagno quotidiano, prodotto da una base di Sangiovese non inferiore al 50% arricchito con tutti i vitigni presenti nell’azienda. Dal colore rosso rubino fresco e vivace l’Ottava Rima si apre al naso con profumi intensi e freschissimi di fiori e frutta fresca e polposa, tra cui riconoscere la viola, la ciliegia e la mora. Di buona struttura, equilibrato, di corpo snello, si distingue per una grande piacevolezza gustativa, sostenuta da una buona morbidezza, ben bilanciata dalle sensazioni fresche e da un tannino non invadente. Servito a 16-18°C, in ampi calici, è un ideale compagno quotidiano ed è ottimo vino da tutto pasto, pur preferendo carni in cotture semplici, salumi e primi piatti saporiti. Da provare con la ribollita, esalta le grigliate e le carni bianche, ideale con le costine alla griglia e l’agnello a...

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Il vino Rock di Sting tra i migliori?

Il vino Rock di Sting tra i migliori?

“Message In A Bottle” cantava – sul finire del 1979 – Gordon Matthew Thomas Sumner, meglio conosciuto come Sting assieme alla sua band Police. Evidentemente la bottiglia è un simbolo molto importante per il musicista britannico poiché “Sister Moon” oltre ad essere una sua canzone del 1987 è anche il nome al suo nuovo vino rosso toscano scelti dalla redazione di Wine Spectator per Opera Wine, evento che inaugurerà la cinquantesima edizione di Vinitaly. I critici americani considerano questo vino meritevole di stare tra i 100 migliori vini nazionali e sarà tutto da valutare se questa è una mera operazione di marketing oppure, come tanti giurano, il vino prodotto da Sting è veramente di alta qualità. Le premesse – per la verità – ci sono tutte, infatti il popolare musicista ha acquistato, nel 1998, la Tenuta Il Palagio dal duca Simone Velluti Zai (si parla per una cifra di 3,5 milioni di euro) che si estende per un centinaio di ettari sulle colline nei pressi della città medievale di Figline Valdarno, in provincia di Firenze. Qui Sting e la moglie Trudie, innamorati di questa terra – dove trascorrono parecchio tempo assieme ai 6 figli – decisero di trasformare l’agricoltura convenzionale in biologica ottenendo, nel 2000, la certificazione. Oltre alla proprietà la tenuta si estende per altri 250 ettari che, tra vigneti, uliveti e boschi, garantiscono una forte produzione di vino, olio e miele. Ed è proprio il vino che, grazie all’opera del consulente biodinamico Alan York e dell’enologo Paolo Caciorgna, regala i principali risultati, soprattutto con il Sister Moon che è un blend di Sangiovese, Merlot e Cabernet Sauvignon, un vino IGT che profuma di pepe nero, liquirizia e more, corposo e rotondo affinato in barriques per 15/18 mesi per finire gli ultimi 6 mesi in bottiglia. Certamente Sting ha portato in Toscana un tocco di mondanità tra le storiche cantine contribuendo a dare ulteriore importanza ai vini di questa regione ospitando, tra l’altro, l’evento Divino Tuscany organizzato dal critico James Suckling, una vera e propria maratona degustativa di vini toscani e BBQ con un prezzo di ingresso non propriamente accessibile a chiunque (1.900 euro a persona). Insomma se si vuole andare nella tenuta di una star c’è un prezzo da pagare, adesso vediamo se il vino prodotto merita veramente come...

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L’evoluzione del Chianti Classico, da vino da tavola a Super Tuscan

L’evoluzione del Chianti Classico, da vino da tavola a Super Tuscan

Agli inizi degli anni ’80 i vini chiamati Super Tuscan iniziarono a raggiungere il proprio culmine di popolarità dopo che dalla fine degli anni ’60 alcuni produttori decisero di “disobbedire” dai disciplinari classici che vincolavano troppo la loro creatività. Nemmeno il venir declassati da vini DOC a semplici vini da tavola (solo successivamente divennero IGT) scoraggio questi vignaioli toscani che volevano produrre vini nuovi dalla convinzione che il Chianti Classico non doveva limitarsi a venir considerato un gradevole rosso e basta. Si stava capendo che questi vini rossi nati da vigneti con differente forma di allevamento erano perfetti per competere, a livello qualitativo, coi migliori prodotti nazionali e con un grande potenziale di invecchiamento in bottiglia. I produttori avevano iniziato a creare vini utilizzando sia vitigni autoctoni (tipo il Sangiovese in purezza) che vini di provenienza straniera (ad esempio Cabernet dalla Francia). Queste novità giunsero fino negli USA dove vennero subito apprezzate tanto da coniare il nome Super Tuscan (pare grazie all’enologo Robert Parker) che voleva sottintendere a vini di grande eccellenza prodotti in Toscana e che si differenziavano dal Chianti Classico seppur prodotti sempre nel territorio del Gallo Nero. Nacquero così i vari Tignanello, Sassello, Sangioveto, Cepparello (solo per citarne alcuni) che subito divennero eccellenze vinicole nazionali ma che non veicolarono il nome del Chianti Classico nonostante fossero tutti sui derivati se non figli. Allo stesso tempo c’era anche chi rimaneva all’interno della DOC e della DOCG cercando di concepire qualcosa di diverso: un Chianti Classico che potesse puntare alle alte vette dell’enologia mondiale. I contadini iniziarono a capire, per la verità con un po’ di fatica, che certe uve andavano lasciate sui filari e che certe zone del vigneto avevano necessità di una maggiore valorizzazione e, soprattutto, non dovevano essere mischiate con altre. Anche i macchinari, come i vigneti, necessitavano un rinnovamento potendo così, finalmente, produrre un Chianti Classico super aspettando che i tempi burocratici del Consorzio portassero alla consacrazione di DOCG autonoma che avvenne nel 1996 che prevedeva il Sangiovese in purezza, mentre vennero abolite nel 2006 le uve a bacca bianca. Nel 1987, intanto, nacque il progetto Chianti Classico 2000 con il compito di accelerare il processo di rinnovamento della viticoltura nell’area del Gallo Nero, favorendo lo studio delle tecniche agronome e del materiale vegetale che portò all’omologazione di sette nuovi cloni di Sangiovese e di uno di Colorino, rinnovando – tra l’altro – 4.000 ettari di vigneti, cantine ed attrezzature contribuendo, così, al Chianti Classico di raggiungere le vette dell’enologia mondiale. Si era creata una tale euforia tra i produttori e i consumatori attorno a questo nuovo sistema di produrre il vino ricorrendo il sogno di produrre il vino ideale e oggi si stanno godendo i frutti di questa geniale operazione. Il Chianti Classico è una realtà conclamata in tutto il...

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Produzione record per il vino italiano, battuta la Francia

Produzione record per il vino italiano, battuta la Francia

Il dualismo coi cugini transalpini sulla produzione del vino ha visto, in questo 2015, una netta supremazia da parte dell’Italia con – dati ufficiali della Commissione Europea – 48,9 milioni di ettolitri di vino prodotti contro i 46,6 dei francesi. Al terzo posto gli spagnoli lontani di 10 milioni dai transalpini. Ma non è soltanto una grande annata dal punto di vista della produzione ma, anche, in fatto di qualità questo 2015 passerà alla storia confermando l’Italia come patria del vino. Anche le esportazioni hanno avuto un ottimo risultato e i dati presentati dal Ministro alle politiche agricole Maurizio Martina ci confermano che l’export ormai supera stabilmente i 5 miliardi di euro all’anno con il 17% delle bottiglie vendute in tutto il mondo e il 28% in Europa. E gli esperti del settore ci avvertono che abbiamo ulteriori margini di miglioramento. All’ultimo Vinitaly l’IRI (Istituto Internazionale di Ricerca) ha fornito interessanti dati come la classifica dei 10 vini più apprezzati dagli italiani che vede padroneggiare il Lambrusco con 13,3 milioni di litri venduti. Seguono Chianti (11,7 milioni), Bonarda (8 milioni) Barbera (7,7 milioni), Montepulciano (7,6 milioni), Chardonnay (7 milioni), Sangiovese (6,3 milioni), Nero d’Avola (5,8 milioni), Vermentino (5,7 milioni) e Prosecco (5 milioni). Unico dato negativo da rilevare è quello che se all’estero aumenta il consumo di vino italiano, con nuove realtà come Russia e Polonia, paesi dove l’economia permette di scoprire il lusso, e USA, dove c’è una forte contrazione di vini importati da Australia, Cile e Argentina mentre è in crescita per quelli italiani, è proprio a casa nostra che è in calo il consumo del vino, molto anche a causa della crisi iniziata nel 2008. I consumi del 2014 fanno registrare il raggiungimento del minimo storico del 1861 con 20 milioni di ettolitri consumati e una media pro capite di 37 litri all’anno e solo il 21% beve vino ogni giorno, mentre il 48,8 afferma di non berne mai. Questi dati, comunque, sembrano potranno avere un miglioramento nei prossimi...

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Le Regioni del vino: Emilia-Romagna

Le Regioni del vino: Emilia-Romagna

Cibo ed Emilia-Romagna, un abbinamento vincente da sempre. E con il cibo di questo ricco territorio è necessario che ci sia un vino adeguato, soprattutto per facilitare la digestione di alcuni dei prodotti tipici della zona. L’Emilia-Romagna è un territorio ricco di storia, le testimonianze e i ritrovamenti di alcuni vasi vinari e reperti archeologici di eccezionale importanza (tra i quali spicca il Gutturnuim, una coppa d’argento utilizzata in epoca romana e ritrovata sul finire del XIX secolo sulle rive del Po) indicano che l’area era abitata circa 800.000 anni fa. Le invasione dei Celti minarono la prosperità della regione che, invece, era forte in epoca romana tanto da divenire il centro politico dell’Impero d’Occidente, ottenendo definitivamente un’organizzazione politica ed economica verso la fine del VI secolo con l’espansione degli Etruschi sulle rive del Po che assunse un ruolo di spicco grazie ai porti e alle città, forti centri urbani e commerciali, sorte lungo la via Emilia. In epoche successive la regione venne messa sotto la giurisprudenza della Chiesa e nel periodo dei Comuni ebbe un notevole sviluppo, dovuto certamente alla presenza di grosse correnti di traffico commerciale. Ma presto lotte e rivalità distrussero quanto costruito fino alla discesa di Federico Barbarossa che, comunque, lasciò segno del suo interesse per i vini locali. Nel corso degli anni le attività vitivinicole conobbero momenti di interesse e notorietà alternati a periodi bui e di declino. In questo contesto cominciò ad affacciarsi e farsi apprezzare nelle corti risorgimentali l’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena e Reggio Emilia, peraltro già documentato dal 1046. La regione ha un clima con caratteristiche subcontinentali, con inverni decisamente freddi ed estati particolarmente calde nella fascia interna, mentre nella zona costiera della Romagna il clima è decisamente più mite e di tipo marittimo. Il territorio è pianeggiante per larga parte (il 50%), mentre l’aspetto collinare e montuoso si suddivide equamente il restante territorio. La pianura è il risultato dei depositi alluvionali portati dal Po e dai fiumi appenninici costituiti da ghiaia e sabbie con grande permeabilità. La collina ha un terreno prevalentemente argilloso di medio impasto. L’allevamento delle viti prevede uno sviluppo orizzontale a tendone, ma sono da segnalare la pergola emiliano-romagnola e la pergoletta romagnola, collegate alla tradizionale coltura promiscua, mentre tra le forme che prendono piede con i nuovi concetti di vitienologia vi è la spalliera con potatura “a guyot” doppio alla piacentina. Tradizionalmente il panorama vitivolo veniva distinto in quanto la Romagna era prevalentemente legata ai vini vivaci o frizzanti. Oggi questo non corrisponde più alla realtà produttiva. In merito ai vitigni dell’Emilia-Romagna possiamo trovare 2 tipologie tradizionali: quelli coltivati a bacca rossa (Ancellotta, Canina Nera, Fortana, Lambrusco, Longanesi, Malbo, Montepulciano, Sangiovese e Terrano) e quelli a bacca bianca (Albana, Bombino, Malvasia di Candia, Marsanne, Melara, Montù, Ortugo, Pignoletto, Trebbiano e Verdea). Alcuni dei vini hanno ottenuto la Denominazione di Origine Controllata (DOC) e sono: Colli piacentini, suddiviso in sottodenominazioni quali Gutturnio (ottenuto da Barbera e Croatina), Monterosso Val d’Arda (una miscela di Malvasia di Candia e Moscato Bianco), Trebbianino Val Trebbia e Valnure (ottenuto con le uve di Ortugo, Trebbiano e Malvasia di Candia). Colli di Scandiano, ottenuto, nella versione rossa, con Lambrusco Grasparossa e Lambrusco Monte Ricco, mentre per la versione bianca oltre che con i consueti vitigni con la Sperola (Sauvignon). Reggiano, ottenuto con Ancellotta e Lambrusco Salamino o Marani. Lambrusco di Sorbara, dall’omonimo vitigno. Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, dall’omonimo vitigno. Lambrusco Salamino di Santa Croce, dall’omonimo vitigno. Reno, tradizionalmente ottenuto coi vitigni storici Albana, Montù e Pignoletto. Bosco Eliceo, ottenuto dal vitigno Fortana coltivato sui terreni sabbiosi da cui prende l’appellativo “vino...

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